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La Casa di Augusto

pubblicato il 28/05/17 in Press

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La Casa di Augusto sul Palatino

...Devo ammettere che la figura di Augusto è per me una fonte di ispirazione. Per esempio mi piacerebbe tanto ave­re il suo carattere. Vorrei essere come lui, una persona ca­pace di realizzare tutti i miei obiettivi senza cadere nella trappola della superbia – cosa piuttosto difficile. Se fossi un uomo politico è a lui che vorrei assomigliare. In primo luogo ad affascinarmi è la sua prudenza. Per esempio diffi­dava chiunque dal chiamarlo “imperatore”, forse per non rischiare la fine dello zio, Giulio Cesare. Ma la paura non c’entrava: si trattava piuttosto di preveggenza.

Augustus 3Così creò l’appellativo di Augustus, ossia “degno di vene­ra­zio­ne e di onore”, ti­to­lo piuttosto ambizioso con cui accettò di farsi chiamare molto più tardi. Per tutti, e per la maggior parte del suo principato, fu semplicemente Ottaviano, come lo chia­ma­vano sin da piccolo. Insomma, Augusto era un uomo che si muoveva con prudenza ed è quello che cerco di fare an­ch’io, nella mia vita. L’unico titolo che portava era quello di “prin­ceps”, ossia “primo”, che gli fu conferito meri­ta­ta­mente dal Se­nato.

 Quando Gloria ebbe finito di occuparsi dei fiori e io di leg­gere l’articolo del “Messaggero”, salimmo sul Palatino. Proprio quel giorno gli archeologi avevano aperto par­zial­mente al pub­blico la Domus Augustea, tre stanze in tutto: il salottino pri­vato al piano superiore, il cubiculum superiore appunto, una se­conda stanza al pian terreno, il cubiculum in­feriore, e infine un ambiente più grande che costituiva la sala di ricevimento del princeps.

Augustus 4Eravamo davvero molto felici di trovarci lì quel giorno perché con gli occhi dell’anima non scorgevamo le pietre, i detriti e le impalcature degli ar­cheologi, ma Augusto in persona, che avevamo l’im­pres­sione di veder circolare da una stanza all’altra, sedersi, scri­vere, leggere e infine starnutire. Eh sì, era piuttosto ca­gio­nevole di salute. Per non parlare dei meravigliosi affreschi alle pareti. Quanto mi sarebbe piaciuto averli a casa mia! Erano perfetti, squadrati proprio come le stanze della no­stra casa, che non erano più grandi dei cubicula di Augusto. Tra l’altro ci saremmo potuti sbarazzare di tutto l’ar­re­da­mento superfluo e lasciare soltanto un paio di poltrone e un tavolo per consumare i pasti. Tutto il resto infatti sa­rebbe stato dipinto sulle pareti.

“Assomigliano agli affreschi di Pompei”, dissi a Gloria mentre li guardavo estasiata.

“Con una differenza”, replicò lei. “Guarda quei vasi lassù, dipinti con un pennello particolare. E poi guarda le colonne, che danno l’illusione della prospettiva e fanno sembrare l’am­biente più grande, e poi gli animali, gli aironi, i colori! Che raf­finatezza!”.

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A farci compagnia c’era soltanto il custode, che ci se­guiva passo passo e ammirava insieme a noi i dipinti pre­stando at­tenzione alle parole entusiastiche di Gloria, dal momento che anche per lui era il primo giorno di lavoro. Era logico che i turisti non avessero letto “Il Messaggero”, mentre i romani ci avrebbero messo qualche giorno prima di organizzare i vari circoli culturali e cominciare le visite guidate. Insomma, era­vamo fortunate.

Quello che mi stupiva era il fatto che l’abitazione di Au­gu­sto non somigliava alla residenza di un princeps.

“Era stata una sua scelta, peraltro molto intelligente”, spiegò Gloria... Un brano del libro: Passeggiate romane

Il libro Passeggiate romane, illustrato con fotografie a colori, è disponibile su:

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