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Viaggio in Sicilia

pubblicato il 23/10/17 in Press

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Sicile Mai 2010 4                           Il mio Grand Tour nelle città del barocco della Sicilia

La Sicilia l’immaginavo diversa. Credevo fosse una terra sterile, arida, popolata da individui chiusi, diffidenti, sospettosi. È così che viene descritta al cinema (nei film americani e non italiani) e davvero non riesco a capire per quale motivo i registi si ostinano a presentare in tal modo quest’isola meravigliosa.

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Chiudo gli occhi e tre immagini mi affiorano alla mente. In primo luogo le vallate verdeggianti, costellate di aranceti e di vigneti; in secondo luogo, i balconi, in stile barocco, unici nel loro genere: di forma convessa, decorati in ferro battuto, con i sostegni in foggia di grifoni, di sirene, di leoni e di qualsiasi altro prodotto dell’umana fantasia; infine la ricca gastronomia siciliana, basata sugli ingredienti più genuini, saporiti e profumati, prodotti dalla terra. I piatti sfilano sulla tavola uno dopo l’altro e ho assaggiato di tutto. Gli stessi prodotti si trovano anche a Roma, dove vivo, ma non hanno lo stesso sapore. Ho chiesto ai miei amici siciliani come mai i sapori della loro terra sono così straordinari e mi hanno risposto che il suolo della Sicilia è benedetto dal sole. 

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Questa terra dunque mi ha riempita di commozione. Ho trascorso una settimana nei dintorni di Siracusa, nella valle di Noto, e sono rimasta incantata. Per quale motivo? Perché la Storia si fonde con l’arte, le tradizioni antiche coesistono con le civiltà che hanno dominato l’isola, e tutto ciò si dipana in un silenzio profondo. Non mi riferisco al silenzio assoluto del pomeriggio, un’ora sacra in Sicilia, in cui tutti e tutto si trovano in posizione orizzontale per via della siesta, le imposte sono accostate, le saracinesche dei negozi sono abbassate e le porte delle chiese sono chiuse a chiave.

Per esempio nella città di Noto, dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per la sua splendida architettura barocca, subito dopo pranzo uscivo su uno dei balconi del palazzo di Villadorata per ammirare la vista panoramica dei tetti sopra la città.

Quest’ultima, costruita in una pietra color del miele, assomiglia alla cavea di un teatro, dal quale siano scomparsi gli attori. Si tratta di una città incredibile, che fu rasa al suolo dal terribile sisma del 1693 e fu ricostruita da architetti che le conferirono la sua struttura unica al mondo.

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La stessa caratteristica si riscontra in altre città, come Ragusa, Modica, Scicli, Palazzolo, costruite a mo’ di teatro sul pendio di altrettante colline, che tornano alla vita quando la potenza del sole declina verso occidente. Le piazze si riempiono di ragazzini che si rincorrono, di anziani che prendono posto nei caffè e di giovani sposi che sorridono ai fotografi sui gradini delle chiese, attorniati da una folla di invitati vestiti in modo sgargiante secondo i dettami dello stile siciliano. 

Tuttavia quando ci si lascia alle spalle le città e si imboccano le strade della vallata dirette verso l’entroterra o verso gli sperduti villaggi di pescatori che sorgono dirimpetto all’Africa, è la profondità del silenzio che torna a prendere il sopravvento. Tuttavia neanche stavolta mi riferisco al normale silenzio. 

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Infatti il silenzio di cui parlo è l’assoluta atarassia siciliana. Ha a che fare con la posizione strategica dell’isola, al centro del Mediterraneo, che l’hanno resa terra di conquista per un invasore dopo l’altro. Per i Fenici che hanno fondato Palermo, per i Romani che hanno introdotto il sistema del latifondo, per i Bizantini che l’hanno ornata di mosaici, per gli Arabi che l’hanno abbellita con i cortili esotici, per i Normanni che le hanno donato le chiese, per gli Aragonesi che l’hanno coperta di castelli, per i Borboni che le hanno lasciato i palazzi con lo stemma gigliato, e infine per i sovrani piemontesi, che ne sancirono l’unità con l’Italia.

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Tutti hanno lasciato tracce del loro passaggio qui in Sicilia, che l’isola ha assimilato in silenzio tessendo secolo dopo secolo l’intreccio della sua cultura. E con le loro conquiste tutti promettevano di rendere i siciliani migliori, di strapparli alla miseria. Impresa impossibile da realizzare perché i siciliani non avevano alcuna intenzione di migliorare dal momento che già si ritenevano perfetti, indipendenti, alla stregua di dèi. Come dice nel Gattopardo don Fabrizio, il principe di Salina: «Dopo i cannoni, bisogna cambiare tutto per non cambiare nulla».

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Infine giungo a Siracusa, secondo Cicerone la più bella città del Mediterraneo. Una passeggiata a Ortigia, l’isoletta che sorge nel suo centro storico, riempie di fascino. La piazza centrale, un miracolo del barocco siciliano, è considerata il salotto all’aperto più bello d’Italia. La sera la nostra piacevole compagnia soleva rinfrescarsi gustando le celebri granite sotto il cielo stellato. Poco lontano una serie di stradine costeggiate da balconi convessi conduce ad alcuni vicoletti, resti della «medina» araba.

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E al sorgere del sole, una crociera nelle baie al largo della città fa credere che ci si trovi già in Grecia. La costa rocciosa tuttavia a un certo punto accoglie le foci del ruscello Ciano mentre un giro in barca in quei pressi, passatempo molto amato dagli inglesi impegnati nel Grand Tour, conduce in uno scenario di sogno. Sotto il fogliame di alberi secolari che conferiscono sfumature verdi all’acqua, arbusti di papiro vivono da secoli, placidi, sulle rive (soltanto qui e in nessun’altra parte d’Europa).

A Siracusa la Grecia parla dritta al cuore. Che sia il paesaggio? Che sia il teatro antico? Non solo. Si tratta del legame profondo degli abitanti con la civiltà greca, che è ancora molto vivo. Come mi ha detto Giulia, la mia amica siracusana, al termine della tragedia di Sofocle, alla quale abbiamo assistito: «Il festival del teatro antico l’aspettiamo ogni estate con grande impazienza tutti quanti, dal pescatore all’intellettuale». 

Le sue parole mi hanno commosso. Sapevo che in Sicilia non ero venuta soltanto per ragioni di svago. Si è trattato di un viaggio-pellegrinaggio in una Grecia che continua a vivere oltre i suoi confini.

Le Memorie di Viaggio small18

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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